Emigrare e dividersi: la psicologia di un'identità che abita due luoghi

C'è un'immagine che mi accompagna spesso quando penso all'esperienza migratoria: quella della divisione cellulare.

In biologia, una cellula si divide e genera due nuove unità che conservano la stessa origine. È un’immagine che aiuta a cogliere qualcosa di essenziale dell'esperienza di chi lascia il proprio paese: la sensazione che una parte di sé rimanga indietro mentre un'altra continua il proprio cammino altrove.

La migrazione non è soltanto uno spostamento nello spazio. È una profonda riorganizzazione dell'identità.

Molte delle categorie con cui abbiamo imparato a definire noi stessi - casa, appartenenza, lingua, famiglia, normalità - vengono messe in discussione. Ciò che prima costituiva lo sfondo invisibile della nostra esistenza diventa improvvisamente oggetto di consapevolezza. Ci accorgiamo di appartenere a una cultura proprio nel momento in cui ne entriamo in un'altra.

Lo psicoanalista e sociologo Erik Erikson descriveva l'identità come un processo continuo di integrazione tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che stiamo diventando. L'esperienza migratoria intensifica questo processo e ci costringe a tenere insieme parti di sé che sembrano appartenere a mondi differenti.

Da un lato permane il legame con il luogo di origine: la lingua madre, la memoria affettiva, i riferimenti culturali interiorizzati nell'infanzia. Dall'altro emerge una nuova versione di sé, plasmata dall'incontro con un contesto diverso, da nuove relazioni e da nuovi modi di interpretare la realtà.

Non si tratta semplicemente di possedere due identità. Piuttosto, si vive nella tensione costante tra continuità e cambiamento.

Un concetto che può aiutare a comprendere questa condizione è quello di liminalità, elaborato dall'antropologo Victor Turner. La liminalità descrive una fase di passaggio, una soglia: uno spazio in cui non si appartiene più completamente a ciò che si era, ma non si è ancora diventati ciò che si sarà. Turner studiava i rituali di transizione, ma il concetto si presta straordinariamente bene all'esperienza migratoria. Chi emigra vive spesso in una condizione liminale prolungata: sospeso tra sistemi culturali differenti, tra lingue, abitudini e modi di interpretare il mondo. Non si tratta semplicemente di una fase temporanea da superare. Per molti, questa soglia diventa una condizione esistenziale stabile. E forse è proprio qui che si trova una delle sfide più profonde della migrazione: tollerare l'ambivalenza, rinunciare all'idea di un'appartenenza univoca e accettare che la propria identità possa abitare contemporaneamente più luoghi. In questo senso, l'emigrato non è una persona divisa a metà, ma qualcuno che ha imparato a vivere sulla frontiera, trasformando la soglia in una casa.

Il filosofo Paul Ricoeur distingueva tra l'identità come "medesimezza" e l'identità come "ipseità". La prima riguarda ciò che rimane uguale nel tempo; la seconda la capacità di trasformarsi restando se stessi. Forse la migrazione ci pone esattamente di fronte a questa sfida: cambiare senza sentirsi traditori della propria storia.

Nella stanza di terapia c'è un tema che emerge con una certa frequenza: il paradosso identitario di chi vive all'estero. I pazienti mi raccontano spesso di una dinamica: nel paese straniero continuano a sentirsi profondamente italiani, ma quando ritornano nel loro paese d’origine si accorgono, di non essere più le stesse persone prima della partenza. Testimonianza di come, a un certo punto, l’identità smette di coincidere con i confini di un territorio preciso per trasformarsi in uno spazio interiore molto più complesso e fluido.

La sofferenza emerge spesso quando si cerca di risolvere questa complessità scegliendo una sola appartenenza. Quando ci si chiede dove sia la propria vera casa, quale sia la propria autentica identità, da che parte stare.

Eppure l'esperienza migratoria sembra suggerire qualcosa di diverso: che l'identità non sia un luogo da abitare, ma un dialogo da mantenere vivo.

Forse chi emigra non si divide davvero. Forse amplia i confini della propria esperienza di sé. La parte che resta e quella che parte non sono due identità separate, ma due voci della stessa storia.

Una storia che continua a essere scritta tra più lingue, più luoghi e più appartenenze.

E che proprio per questo diventa più complessa, più sfumata e, spesso, più ricca.